L'autunno, nei nostri monti, è sempre affascinante. Per l'esplosione di colori che porta con sé.
domenica 1 novembre 2015
sabato 10 ottobre 2015
La bomba di muro pezzuto, di Gerardo Rosci
La guerra era finita da tre anni. Quell’anno,
noi ragazzi, avevamo scelto, come luogo per la
merenda di pasquetta, Cesa
Paradiso, cioè, la zona del monte Arunzo che sovrasta la chiesetta di San
Giovanni, e da dove si gode una vista spettacolare su tutta la valle. Per l’occasione io mi ero attrezzato per
preparata la bevanda: una bibita base di aranciata, fatta con la cartina. Per
poterla fare in modo che rimanesse
frizzante, avrei dovuto avere una bottiglia con il tappo a chiusura ermetica,
come quelli delle gassose; ma chi te lo dava?
Non avevo neppure quella col tappo a vite, che avrebbe fatto al caso. Mi
dovevo accontentare di una semplice bottiglia da chiudere con il tappo di
sughero. Era una gara dura; appena versavo la polverina contenuta nella cartina
dentro la bottiglia piena d’acqua, questa iniziava a frizzare così forte
che non riuscivo ad inserire in tempo il tappo
a dovere; e poi, il tappo di sughero non teneva, e quando mollavo la
presa, quello saltava via lasciando uscire quel poco di gas che si era
formato. Quindi, mi dovevo accontentare
di quell’acqua colorata dal vago sapore
di arancia; e poi non era neppure fresca, ché allora non avevamo mica il frigorifero.
L’unico ambiente un po’ refrigerato era la nostra cantina, costruita a ridosso
della roccia. Comunque, allora ci si accontentava di poco.
In un sacchetto di tela, uno di quelli
utilizzati per vari usi, sistemai tutte le mie vettovaglie che, come al solito,
consistevano soprattutto in dolci e bevande; chiaramente tutto fatto in casa e
regolarmente benedetto, come esigeva la devozione di allora : un pezzo di pizza sbattuta tipo pan di spagna, un pezzo
di ciambellone, alcuni biscotti, una ciambella di quelle che prima di andare al
forno vanno sbollentate, un paio di arance, un uovo sodo, un pezzetto di uovo
di cioccolata e la bottiglia di aranciata. Non mancava nulla; mancava solo la
nutella, ma non era stata ancora inventata.
Appuntamento a Pitori, la parte alta di
Petrella Liri. Eravamo sette od otto ragazzi.
Ci avviammo per la salita che,
passando per la zona delle stalle del Gazarino, conduce alla chiesetta di San
Giovanni, alle falde del monte. Dopo una lunga arrampicata per il sentiero scosceso, arrivammo a Cesa
Paradiso, un luogo dove l’ambiente, di natura carsica e prettamente rocciosa,
concede un poco di spazio a piccoli fazzoletti di terra coltivabile,
comunemente chiamati cese. Da questi
mini appezzamenti, un tempo, alcune
famiglie abbienti cercavano di ricavare
il minimo per sopravvivere.
In uno di quegli spiazzi erbosi, ci
sistemammo, tirando fuori le nostre dolci vettovaglie, sistemandole sopra fogli di cartapaglia o di fazzolettoni.
Seduti in cerchio, a vicenda scrutavamo con curiosità ed interesse quello che
veniva fuori dai fagottelli degli altri compagni. Ricordo ancora il profumo ed il sapore indimenticabile di quei dolci, fatti dalle mani premurose
delle nostre madri. Sapori che si provavano
soprattutto nel periodo pasquale.
Profumi che nell’approssimarsi della festa, salivano dai forni e si spandevano
nell’aria.
Iniziammo il convivio, scambiandoci gli
assaggi e complimentandoci a vicenda.
Quell’abbuffata di roba dolce capitava solo a Pasqua, per cui cercavamo
di godercela al meglio.
Ad un certo momento, uno dei ragazzi più
grandi disse:
- wajù,
volimo i a Muro Pezzuto, a vedé la bomba?
Muro Pezzuto è una zona del Monte Arunzo
distante alcune centinaia di metri a nord-ovest di Cesa Paradiso e dove spesso,
di sera, si lasciavano i muli a pascolare durante la notte, per poi recuperarli al mattino seguente. In quel posto, come raccontavano alcuni
giovani mulattieri, c’era una bomba d’aereo, di piccole dimensioni,
inesplosa.
La proposta
venne accettata da tutti e, finita la nostra merenda ed i nostri
giuochi, ci avviammo verso il luogo della bomba, seguendo Michele che
conosceva il percorso. Arrivati a
destinazione, scorgemmo l’ordigno
disteso al sole su un piccolo spiazzo tra gli scogli. Eravamo tutti
abbastanza emozionati e timorosi. Mamma mia! Una bomba vera che faceva paura
solo a guardarla. Mi tornò in mente lo
scoppiettare dei colpi della contraerea che spesso entrava in azione durante il periodo bellico, e quelle numerose
nuvolette che apparivano in cielo, al
disopra del monte; noi bambini le guardavamo senza timore, ma le mamme ci
richiamavano a casa, temendo che qualche scheggia potesse piovere sulle nostre
teste. Probabilmente quella bomba era
stata lanciata in una di quelle occasioni.
Avanzammo verso di essa per guardarla meglio,
da vicino. Gigino de Cabbulente, che era il più informato, intraprendente e
spericolato, ci fece notare che la bomba
aveva il percussore completamente deformato; evidentemente nell’impatto,
strisciando contro le roccia esso si era piegato lateralmente, senza poter
penetrare verso il detonatore e far esplodere l’ordigno. Da debita distanza, riparandoci dietro spuntoni di roccia, iniziammo a lanciarle delle grosse pietre, pensando di poterla far esplodere.
Benedetta incoscienza ed ignoranza; non
avevamo la benché minima idea degli effetti di un’eventuale esplosione.
Credevamo che l’unico effetto pericoloso
fossero le schegge, non
considerando lo schiacciamento
che l’enorme spostamento d’aria avrebbe
procurato su di noi, facendoci volare in
aria. Comunque, nonostante i numerosi colpi andati a segno, la bomba restava
immobile, quasi a sfidare la nostra testardaggine. Il solito Gigino lanciò la proposta:
- andiamola
a gettare giù dalle rocce, sopra la
Piava.
- ma
che sei matto? Vuoi che ce la incolliamo fino la sopra? Ma poi se esplode fa un
botto enorme e distrugge un sacco di pini; e poi ci scoprono e i carabinieri ci
portano carcerato.
- ma
che! La bomba non è tanto grande, e farebbe un botto come quelli che fa
Jacoboni di Tagliacozzo alle feste di settembre. Dai, facciamo un po’ per uno.
Così dicendo, si caricò sulla spalla la
bomba, che poteva pesare una quindicina di chili.
Tutti più o meno convinti sulla fattibilità
dell’impresa e sulla non pericolosità di quel carico, tornammo indietro per lo
stesso percorso, alternandoci nel trasporto.
Oltrepassata Cesa Paradiso, arrivammo all’altezza delle rocce, in
prossimità de ” jo Pass’ ‘e jo lebbere”.
Qui posammo a terra il carico ed indugiando,
in un momento di riflessione.
- Che
si fa?
- Dai,
butta giù!
Lasciammo cadere la bomba dalla sommità del
Passo del lepre, un canalone attraverso il quale si poteva, con una certa abilità, scendere giù nella pineta.
Tutti ci gettammo a terra, ma la bomba impattò a metà strada senza esplodere.
Ormai si poteva dire che era stata collaudata. Non c’era pericolo che
esplodesse.
Scendemmo lungo il passo tra le rocce e
raggiungemmo l’ordigno e gli facemmo terminare
la caduta fino in fondo, alla base delle rocce stesse.
- E mo,
che facciamo? Ci domandammo.
Il solito temerario e spericolato Gigino se
ne uscì con una delle sue strane e strampalate proposte, da incosciente
artificiere in erba:
-
Sapete che faccio? Mo me la porto a casa, la taglio con la sega da ferro…, tiro
via la polvere e porto la bomba vuota a jo cinciaro e ci
rimedio un bel po’ di soldi.
- Ma
che, sei pazzo? Prima di tutto è veramente pericoloso e poi, pensi di poterla aprire come ‘na cococcia?
-Ma non
state a preoccuparvi ché ci penso io; ci provo.
La trasportammo, ancora a spalla, scendendo
giù, tra i pini, verso il paese.
Arrivati sulla strada, vicino le stalle
del Gazarino, togliemmo un filo di ferro
da una siepe a ci agganciammo la bomba per il codolo, per poterla trascinare.
Gigino abitava non lontano da dove eravamo.
Trascinammo quell’ordigno per tutta la discesa, fino a Pitori, come se fosse un
pezzo di legno, uno di quei ciocchi
che radunavamo davanti alla
chiesa, per il fuoco di Natale.
Quando fummo nell’abitato, alcune donne che
passavano, alla vista di ciò che
trascinavamo, con le mani nei
capelli gridavano:
- Madonna
mé! Sant’Antonio mi!... Ma che sete pazzi!?... Brutti lazzaruni, se ‘ssa
cósa scoppia ci ammazza a tutti!
Portetela via! Lontano! Madonna mé,
Madonna me aiutaci!
Ma noi proseguivamo, tanto Gigino abitava a
due passi. Lasciammo Gigino e la sua bomba nel cortiletto davanti casa sua,
tornandocene, con qualche perplessità, alle nostre case.
Naturalmente il nostro artificiere in erba
non riuscì nel suo intento e non so neppure quale fu la reazione dei genitori
alla vista dell’oggetto; lui era abbastanza avvezzo a prenderle di santa
ragione dai suoi, per quante era solito combinarne. Sta di fatto che dopo
qualche tempo, era arrivato lo stracciarolo; si era sistemato nello slargo
davanti la scuola, come facevano solitamente
i venditori ambulanti di allora: gli spezini, i venditori di pignate di
terracotta, venditori calzature ecc..Gigino tentò di vendergli la bomba così
come stava. Chiaramente l’uomo, scuotendo la testa, gli fece capire quanto
quella proposta fosse da matti.
Accidenti, e adesso che fare di quell’ingombrante
fardello? Il roveto della scarpata sottostante fu il rimedio temporaneo. Vi fu
gettata e vi rimase per qualche tempo, finché un giorno, alcuni compagni,
ignorando che nel roveto c'era una vi
avevamo appiccato il fuoco. Tra
il fumo e le fiamme intravidi e
riconobbi la bomba e questa volta ebbi veramente paura che potesse esplodere,
proprio vicino alla chiesa; rimediai una
lunga pertica e con essa la tirai fuori dal fuoco.
Non saprei dire quali altri percorsi fece, ma
ricordo che rimase per molto tempo
presso la stradina che conduceva giù alle casette del Fossetello; a quel tempo non esisteva ancora il muro di
sostegno del piazzale. Giaceva lì, dentro l’alveo del fossetello che correva
lungo le casette, tra l’ignorante indifferenza della gente.
La notò, finalmente, un capitano
dell’esercito che, essendo sposato con una donna originaria del luogo,
trascorreva le sue vacanze estive nel nostro paese.
Meravigliatissimo del fatto che un tale
pericoloso ordigno potesse essere abbandonato in quel modo, avvertì
immediatamente i carabinieri affinché provvedessero a rimuoverla e farla
brillare in una zona lontana e sicura.
Quel giorno noi ragazzini eravamo in giro
nella zona di San Rocco, che a quel tempo era quasi completamente abbandonata
e disabitata; notammo due carabinieri
che passavano, sulle loro classiche biciclette nere marca Bianchi, diretti
verso Tagliacozzo. Appesa alla canna di una delle biciclette c’era una grossa
borsa rigonfia. Stavano trasportando la nostra bomba per l’ultimo tratto della sua storia.
Dopo un’oretta circa, si udì in lontananza
una cupa esplosione; la bomba era stata fatta esplodere all’imboccatura della grotta di Beatrice
Cenci.
Noi ragazzi
ci sentimmo quasi in dovere di
andare a fare un sopralluogo. Sul posto ritrovammo, con una certa
emozione, alcune schegge della nostra bomba, da tenere come cimelio.
mercoledì 2 settembre 2015
Ricordo lontano di un giovane morto assiderato, di Gerardo Rosci
A Petrella Liri,
all’incrocio della strada per Cappadocia e per Tagliacozzo c'è ancora,
sulla scarpata, una piccola croce di ferro con delle iniziali. Sono tre
lettere, delle quali ricordo soltanto le ultime due: …DN (1). Certamente pochi,
oramai, conoscono il motivo di quella croce in quel posto. Rivedo ancora, con
gli occhi di un bambino di circa sei anni, il corpo di quel povero giovane
riverso bocconi sulla neve, coperto da un telo verdastro, lì, all’incrocio
della strada tra Petrella e Cappadocia. Credo che fosse l’inverno del ’44. Un
inverno veramente rigido. Quell’anno di neve ne aveva fatta veramente tanta. La
strada per Tagliacozzo era intransitabile e proibitiva, ciò nonostante c’era,
talvolta, qualche povero disperato e temerario che, in assenza di mezzi di
locomozione, si avventurava a piedi, per tornare in paese per una strada
completamente deserta. Quel povero ragazzo era lì disteso, con la testa
adagiata sugli avambracci seminudi ed arrossati dal gelo che gli facevano da
cuscino. Sembrava che dormisse; ma era un sonno così profondo che neppure il
vento gelido che gli muoveva la neve sul viso lo disturbava più. Mi avvicinai,
insieme a qualche altro bambino, proprio nel momento in cui un uomo sollevava
per un attimo il telo. Era un giovane di Castellafiume che in quella terribile
notte, quando persino i lupi non si sarebbero mossi dalle loro tane, si era
avventurato da Tagliacozzo sulla strada per raggiungere il suo paese (2). La
tormenta lo aveva sorpreso lungo il cammino, ma non essendoci nessun rifugio
lungo il percorso, era riuscito ad arrivare a Petrella Liri.
Solo al pensiero
di come, quel povero ragazzo, si era trascinato per quei suoi ultimi tre o
quattrocento metri, riprovo un brivido gelido come l’aria di quella mattina. Le
impronte delle sue mani e dei suoi piedi partivano dal bivio della croce fino
giù al piazzale. Qui si era avvicinato alle porte dell’osteria, chiusa da ore;
non aveva avuto la forza di farsi sentire chiedendo aiuto. Nel buio più nero,
che allora l’illuminazione era quasi inesistente, il poverino, disorientato ed
accecato dalla neve, aveva continuato il suo disperato cammino. Procedendo
carponi, mani e piedi come un animale sperduto, aveva ripreso la strada da dove
era arrivato, dirigendosi verso Cappadocia. Ma lì, appena una decina di metri
dopo l’incrocio la morte silenziosa e gelida era scesa su di lui, leggera, come
un sonno profondo ed eterno.
Nel luglio 2015 alla croce, che qualche mese
prima era stata momentaneamente rimossa per lavori, è stata data una migliore e
più decorosa sistemazione, grazie alla Proloco di Petrella Liri e a Fernando
D'Innocenzo, a cui vanno sinceri ringraziamenti.
Gerardo Rosci
NOTE:
(1) Dai commenti di alcuni parenti sono
venuto a conoscenza del significato delle iniziali: Aniceto Di Nicola.
(2) Aniceto, che aveva 19 anni, tornava in
realtà dal lavoro da Carsoli, dopo aver percorso Colli di Montebove in una
tormenta di neve. Arrivato a Tagliacozzo si era avventurato ancora verso
Cappadocia. Era il 17 gennaio 1944.
giovedì 13 agosto 2015
Gli antichi mestieri di Cappadocia
Domenica 9 agosto 2015 si è svolta la manifestazione intitolata "Per le vie del borgo", organizzata dalla Pro Loco. Lungo i vicoli del paese sono stati rappresentati gli antichi mestieri di Cappadocia, svolti per secoli dai suoi abitanti.
A seguire le foto della manifestazione, scattate da Alessandro Fiorillo, con le didascalie di Gerardo Rosci.
| Questa foto è stata scattata da Lorenzo Fiorillo. |
| Usando jo mazzafrusto si battono e si sgusciano i legumi. |
| Mulo e mulattiere prestati all'agricoltura; il mulo è equipaggiato per trainare una pertecara. |
| I "sarturi" |
| Si lavorava e si chiacchierava; tanto. Si parlava dei fatti della gente; si tagliava...e si cuciva… |
| Gira la forgia Lore', sinno' l'acqua rammore jo foco! |
| Il fabbro. |
| Quando la ciociara se marita, a chi tira lo spago e a chi la ciocia...e quando la ciociara s'è maritata..., lo spago è rotto e la ciocia è sfasciata... |
| Pastori, casceri e casciaregli. |
| Le pecore venivano carosate dal carosino. |
| Nel periodo pasquale veniva lucidata, con cenere ed aceto, tutta l'utensileria di rame, e la casa risplendeva. |
| Le "lavandare". |
| E se il sapone cadeva in fondo alla vasca? Lo si ripescava con uno spiedo. |
| La vecchia osteria. |
| Lei che lavoro fa? Sono un artista, faccio opere di misericordia corporali. ? Vesto gli ignudi. Sarto? No, impaglio i fiaschi. |
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