venerdì 29 aprile 2016

L'orso marsicano torna a frequentare i nostri monti

Di Alessandro Fiorillo

Ha suscitato sorpresa e meraviglia l'avvistamento, alcuni giorni fa, di un giovane esemplare di Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus) a Capistrello (AQ). L'orso è stato anche filmato con un cellulare ed il video è finito in rete sui social network e in numerose testate online, condiviso da tantissimi utenti della rete.
In realtà l'orso è una presenza costante sui nostri monti, fin dalle epoche più remote, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di resti di Ursus spelaeus all'interno di Grotta Cola e della Grotta di Beatrice Cenci. L'orso delle caverne, come ho scritto in un recente articolo pubblicato in occasione dell'identificazione di alcuni suoi resti rinvenuti dentro Grotta Cola, si estinse nel corso dell'ultima glaciazione del Pleistocene, tra i 24000 e i 10000 anni fa, sostituito dall'orso bruno europeo (Ursus arctos).  
Territorio dove vive l'Orso bruno marsicano
Ma proprio nel nostro territorio, nella subregione abruzzese della Marsica, si è evoluta una sottospecie, l'Ursus arctos marsicanus, che fino a qualche secolo fa era diffusa in buona parte dell'Appennino centro-meridionale, dalla Calabria alle Marche. Purtroppo ad oggi restano soltanto poche decine di esemplari (le ultime stime parlano di un numero di esemplari compreso tra 30 e 50) di questo splendido orso, fortemente minacciato di estinzione. L'Orso bruno marsicano ha dimensioni più piccole rispetto all'Orso bruno europeo, ha un'indole molto tranquilla, e preferisce muoversi soprattutto di notte. E' onnivoro, si ciba soprattutto di vegetali ma anche di piccoli animali, sia vertebrati che invertebrati.
La presenza dell'orso marsicano sulle nostre montagne è tutt'altro che una novità. Già nel 2013 un giovane esemplare era stato avvistato in più di un occasione sui Monti Ernici e sui Simbruini. Purtroppo quell'orso morì poi investito nei pressi dell'autostrada all'altezza di Tornimparte (i maschi di orso bruno marsicano compiono frequenti spostamenti, a volte anche di centinaia di chilometri. Le femmine invece tendono a restare nel luogo dove nascono). Ma testimonianze della presenza dell'orso ricorrono in diverse fonti, o riemergono dalla memoria di chi un tempo frequentava stabilmente queste montagne. Ad esempio nella Relazione Sipari (1), pubblicata nel 1926 da Erminio Sipari, è citato letteralmente: "A Cappadocia (prov. de L'Aquila) è ancora vivo un carbonaio il quale aveva abituato per lunghi anni un grosso orso, che viveva come lui in quei folti boschi, ad accorrere al suo richiamo, e che spesso era compensato da un pò di cibo". 
Altri riferimenti all'orso presente sulle nostre montagne, emergono dalle memorie di cittadini locali od originari del posto, come quella riportata nel gruppo facebook "Capistrello il mio paesello", dove leggiamo che "Il signor Natalino Cannucciari, l’ultimo dei sette figli di Giuseppe che abita ad Anzio, mi ha riferito che suo padre negli anni ’20, mentre faceva il carbone sulla Renga, aveva avuto modo di vedere l’orso".
L'orso marsicano era quindi, fino a qualche decennio fa, una presenza nota e documentata sulle nostre montagne, del resto ci troviamo nella Marsica occidentale, nel pieno dell'areale dove tempo si costituì il nucleo originario da cui poi le popolazioni di orso bruno marsicano riuscirono ad irradiarsi fino alla Calabria a sud, e alle Marche a nord. Il ritorno dell'orso è importante non soltanto per la sua sopravvivenza (la minaccia di estinzione, per questo splendido plantigrado, è tutt'altro che scongiurata, e l'espansione del suo areale può contribuire a ridurre il rischio della sua scomparsa), ma rappresenta un motivo di orgoglio per le popolazioni locali, le quali possono annoverare nella già ricca fauna selvatica del proprio territorio anche questo splendido animale, un “antico” figlio di queste terre, quello che più di tutti le rappresenta, nel cui nome scientifico Ursus arctos marsicanus c’è il riferimento diretto ad esse.
Proprio per questo motivo è importante che tutti si impegnino per favorire la presenza dell'orso, per ridurre al minimo i motivi di conflitto, e per impedire che vengano a crearsi situazioni di potenziale pericolo per l'incolumità di queste creature, in particolare lungo le strade (purtroppo sono ancora troppi gli esemplari di orso, tra i quali i cuccioli, che muoiono investiti). Qualora dovesse capitare di incontrare un orso sulla propria strada, è bene seguire delle norme di comportamento che evitino il crearsi di situazioni di pericolo, sia per l'orso che per le persone (a tal proposito è bene sottolineare che bisogna evitare di avvicinarsi troppo, di inseguire gli orsi con le macchine inducendoli a fuggire via sulle strade mettendone quindi a rischio l'incolumità, è bene evitare di cercare di scattare foto o fare filmati ad ogni costo). Sempre in caso di avvistamenti è bene avvisare il Corpo Forestale dello Stato chiamando il 1515, così che gli agenti possano poi operare sul posto per azioni di controllo e monitoraggio. 
Concludo l'articolo lasciando anche alcuni link dove si possono trovare informazioni utili sull'orso bruno marsicano, una splendida creatura che abbiamo il dovere di proteggere, anche perché rappresenta l'occasione per favorire lo sviluppo di un turismo ecologico e sostenibile:





NOTE:

1 - Si tratta della relazione scritta da Erminio Sipari, naturalista e politico italiano, artefice e primo presidente del Parco Nazionale d'Abruzzo. Il titolo originale dell'opera è Relazione del Presidente del Direttorio provvisorio dell'Ente autonomo del Parco nazionale d'Abruzzo alla Commissione amministratrice dell'Ente stesso, nominata con Regio Decreto 25 marzo 1923.

domenica 24 aprile 2016

Possibili resti di Ursus spelaeus rinvenuti di recente a Grotta Cola

Di Alessandro Fiorillo

Nella seconda metà del XIX secolo furono condotti degli scavi dentro Grotta Cola che portarono al rinvenimento di crani e ossa dell’Ursus spelaeus, un orso preistorico che si estinse durante l’ultima glaciazione del Pleistocene, in un periodo compreso tra circa 24000 anni fa e 10000 anni fa (1). Questi scavi furono condotti dal famoso antropologo Giustiniano Nicolucci, il quale nel 1877 pubblicò i risultati dei suoi studi nel testo La Grotta Cola presso Petrella di Cappadocia. 



L’ORSO DELLE CAVERNE (URSUS SPELAEUS)

L’orso delle caverne visse esclusivamente in Europa, a partire dalla glaciazione Riss (270000 anni fa) per scomparire nel corso o verso la fine della glaciazione Würm, sostituito dall'orso bruno europeo. Le sue ossa sono state rinvenute, numerose, all’interno di molte grotte dell’Europa centrale, in particolare in Romania, Austria, Francia, Germania, Regno Unito ma anche in Italia. Nel nostro paese resti dell’Ursus spelaeus sono stati trovati nelle grotte di Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria e, come abbiamo visto, anche in Abruzzo.
L'orso delle caverne era più grande sia dell’odierno orso bruno europeo (Ursus arctos) che del grizzly (Ursus arctos horribilis), è pertanto il più grande orso vissuto sulla Terra, paragonabile per dimensioni all'attuale orso gigante dell'Alaska (Ursus arctos middendorffi). Se pensiamo alla sua massa muscolare, allo spesso strato di grasso e alla folta pelliccia che lo ricopriva, possiamo farci un’idea di quanto il suo aspetto fosse veramente imponente. Era un animale plantigrado, lungo fino a 3 metri, alto al garrese 1.40 m, e il suo peso poteva superare gli 800 kg. Aveva il cranio allungato, con fronte alta e una specie di cresta. Non era carnivoro ma prevalentemente erbivoro (2), nonostante possedesse enormi canini. Il dente ferino perse infatti la sua forma tagliente, i premolari erano ridotti e i grossi molari appiattiti erano muniti di molti tubercoli, che fornivano un'ampia superficie masticatoria. La sensibile usura di tutti i denti degli esemplari adulti rinvenuti, dimostra che erano impegnati in una continua masticazione. Gli orsi delle caverne soffrivano anche di numerose malattie tra le quali l'artrite, la spondilosi e la periostite probabilmente, oltre che per ragioni climatiche, anche a causa di una dieta erbivora carente di una vasta gamma di elementi nutritivi (3).
Nonostante fosse molto diffuso, si ritiene che la sua scomparsa sia stata causata oltre che dal clima rigido della glaciazione, che spinse quest’orso sempre più a sud (4) e provocò significativi cambiamenti nel mondo vegetale, anche dalle numerose malattie (soprattutto ai denti) e dalla competizione con l’uomo.
La maggior parte delle ossa dell’Ursus spelaeus è stata rinvenuta all’interno delle grotte, nelle zone più profonde, dove andava a rifugiarsi durante il letargo, il periodo per lui più critico. Infatti durante l’inverno si nutriva con le riserve di grasso accumulato, ma una volta terminate queste riserve di grasso poteva soccombere con una certa facilità. Ed è proprio per questo motivo che gli studiosi ritengono che i reperti trovati nelle grotte siano i resti di individui morti durante l'inverno. Il che capitava, in particolare, oltre che per i giovani inesperti o le femmine gravide, soprattutto per orsi adulti ed anziani, che durante le stagioni che precedono il letargo non erano riusciti a nutrirsi a sufficienza, spesso per cause dovute ai già citati problemi legati all’usura o alle malattie dei denti (5).



LA GROTTA COLA E I RECENTI RITROVAMENTI

Nel corso dell’estate del 2004 il sottoscritto insieme ad altri giovani ricercatori ed appassionati di storia e natura, riuniti nell’Associazione Culturale Nuovo Mondo (6), effettuammo alcune ricognizioni archeologiche nel territorio di Cappadocia e dintorni (7). Fu proprio nel corso di una di queste ricognizioni, nello specifico quella dedicata all’esplorazione di Grotta Cola, che del tutto casualmente e a livello superficiale rinvenimmo (8) alcuni frammenti ossei nel punto più profondo della grotta, cioè in quello più lontano rispetto all’ingresso della stessa. Incuriositi dal ritrovamento e soprattutto per impedire che questi reperti venissero trafugati o spostati, il 12 settembre e successivamente il 10 e l’11 ottobre 2004 tornammo nella grotta per prelevare questi reperti e per studiarli meglio. Con l’occasione venne con noi anche un’archeologa di professione (9). Successivamente al ritrovamento ipotizzammo che la loro presenza nel sito fosse legata ad antichi riti sacrificali che si svolgevano nelle cosiddette “grotte santuario”, pensammo così che anche Grotta Cola potesse aver avuto questa funzione in una qualche epoca più o meno lontana (10).
Ma studiando più attentamente i reperti ossei, che appaiono ben fossilizzati ed antichi, siamo giunti alla considerazione che probabilmente gli stessi appartengono ad un esemplare di Ursus spelaeus. In particolare sono due frammenti di mascella con denti, questi ultimi piuttosto grandi, che ci hanno spinto verso questa conclusione. Altri frammenti ossei si trovano all’interno di uno strato di roccia, probabilmente di natura calcarea, dello spessore che in alcuni punti supera i 2 centimetri.
Se consideriamo che all’interno di Grotta Cola sono stati già rinvenuti i resti di orso delle caverne all’epoca degli scavi condotti dal Nicolucci e se teniamo conto del fatto che i frammenti che abbiamo rinvenuto nel 2004 si trovavano nella parte più profonda della grotta, cioè dove, con tutta probabilità, migliaia di anni fa un plantigrado si ritirò con la speranza di superare indenne l’inverno glaciale, ecco che sono tutt’altro che remote le possibilità che i frammenti in nostro possesso appartengano ad un altro esemplare di Ursus spelaeus.



CONCLUSIONI

I frammenti, ancora oggi conservati dall’associazione culturale, sono a disposizione di coloro che vorranno studiarli in maniera più approfondita, per arrivare ad una loro identificazione certa e ad una datazione precisa. Nel caso, pur trattandosi di pochi frammenti (11), siamo disponibili a donarli a musei locali, presenti o da istituire nel territorio.

 

NOTE:

1 - Scorrendo le varie fonti, non è molto chiaro il periodo preciso in cui è avvenuta l’estinzione dell’orso delle caverne. Secondo alcuni questa è avvenuta 24000 anni fa, altri parlano di 15000/10000 anni fa.

2 - Caratteristica che ricorda proprio il nostro Orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus).

3 - Un'altra malattia tipica degli erbivori è la attinomicosi, dovuta all' Actinomyces, un batterio che provoca la suppurazione delle mascelle e la caduta dei denti.

4 - Gli orsi delle caverne, durante la loro fase di declino, per ripararsi dal freddo sono emigrati dall’Europa settentrionale verso quella meridionale e nelle aree mediterranee. Essendo infatti il suo habitat costituito dalla foresta, man mano che i ghiacci andavano estendendosi fu costretto a migrare verso sud.

5 - Sono stati rinvenuti frammenti di mascelle di orso delle caverne con denti mancanti a causa di malattie che ne provocarono la caduta o con denti cariati, che non consentivano al plantigrado di alimentarsi a sufficienza per superare l’inverno.

6 - Costituita nel 2004, l’associazione si occupa di ricerca storica e naturalistica, escursionismo ed eventi di natura culturale.

7 - In particolare esplorammo alcuni resti presumibilmente d’epoca romana che si trovano nei pressi del fiume Liri, non lontano dalle sorgenti. Ci recammo anche a Morbano, per ulteriori indagini su ciò che resta di questo paese, spopolatosi probabilmente nel XVI secolo.

8 - Autori del ritrovamento, durante la prima ricognizione della grotta, furono il sottoscritto Alessandro Fiorillo, Daniele Santarelli e Stefano Tocci. Alle ulteriori e successive indagini di studio hanno partecipato anche Sonia Grigatti, Francesca Di Stefano, l’ing. Valter Cosciotti e l’archeologa Micaela Merlino.

9 - Considerando la frequentazione assidua del sito da parte di escursionisti vari, non sempre rispettosi del delicato ambiente della grotta, il nostro timore era quello che questi reperti potessero essere trafugati e dispersi, impedendone così uno studio più attento. Non possiamo neanche escludere che il loro ritrovamento ad un livello superficiale sia legato a scavi clandestini effettuati sul posto, in epoca ignota. Dalla data del prelevamento questi reperti sono conservati dall’associazione e sono a disposizione di coloro che vorranno studiarli in maniera più approfondita. Sarebbero utili delle ricerche per giungere ad una datazione il più possibile precisa dei frammenti ossei conservati.

10 - Vedi A. Fiorillo, La grotta Cola di Cappadocia, in Aequa, (VII) 22, luglio 2005, pp. 21-24 e A. Fiorillo, Indagini archeologiche nel territorio di Cappadocia, in Aequa, (VII) 20, gennaio 2005, pp. 9-11.

11 - E’ probabile che altri resti e frammenti ossei siano ancora sotterrati nel punto dove, a livello superficiale, rinvenimmo i resti oggi in nostro possesso.


Si ringrazia Paolo Marenzi per le utili informazioni fornite.


BIBLIOGRAFIA:

http://www.gmpe.it/content/lorso-delle-caverne [23.04.2016]

http://www.speleolessinia.it/orso-speleo [23.04.2016]


Seguono le foto dei reperti ossei rinvenuti e raccolti:


Ingresso di Grotta Cola, 12 settembre 2004.





























martedì 29 marzo 2016

Natura di marzo

Le foto che seguono le ho scattate nei giorni scorsi, ed offrono uno spaccato sulla natura, i panorami e i paesaggi di Cappadocia e dintorni, come si presentano all'inizio della primavera.




Monte Arunzo, visto dal sentiero che sale verso Colle Pizzicapianta

Il Monte Velino, visto dal sentiero che sale verso il Colle Pizzicapianta

Volpe in fuga




Volpe sul prato
Primule

Piana delle scagne


Sullo sfondo la cima di Monte Tarino





Ingresso di Grotta Cola




Zigolo muciatto (Emberiza cia)

Zigolo muciatto (Emberiza cia)


Cincia mora (Periparus ater)

Cincia mora (Periparus ater)

venerdì 26 febbraio 2016

Grifone rinvenuto morto, su un sentiero del Monte Arunzo

Il Grifone (Gyps fulvus) della foto sotto è stato rinvenuto morto oggi da un escursionista, lungo un sentiero del Monte Arunzo. 
Purtroppo, nel passato recente, diversi esemplari di questa bellissima specie di avvoltoio (reintrodotto sul Monte Velino negli anni 90) sono stati trovati morti per avvelenamento, in quanto avevano mangiato bocconi o carcasse di animali nei quali era stato messo del veleno. 
Queste azioni riprovevoli mettono a serio rischio di estinzione questo splendido animale.
Se vi dovesse capitare di rinvenire un grifone morto, la cosa da fare è chiamare il Corpo Forestale dello Stato (telefonando al 1515) e indicare loro il punto preciso del rinvenimento, affinché giungano sul posto per prendere la carcassa dell'animale per poi farla analizzare, così che si possa rilevare od escludere la presenza di veleno. 
E' importante tutelare questo bellissimo avvoltoio, una vera ricchezza naturalistica che ben pochi luoghi possono vantare di avere, ed ognuno di noi può fare la sua parte.

Grifone morto sul Monte Arunzo

lunedì 1 febbraio 2016

Il ricordo di due bravi ragazzi, di Gerardo Rosci

Estate 1958; a Petrella Liri si stava realizzando la palazzina a fianco ai locali di Scrocchino. La squadra di operai era romana. A quel tempo non vi erano punti di ristoro in paese; l’unico posto, dove era possibile consumare un pasto, grazie alla disponibilità di Filomena, era l’osteria di Quintino.
Qui faceva capo, a fine giornata, la squadra per cenare. Ricordo che avevano con loro un registratore Geloso, uno dei primi che si vedevano in giro. Filomena, moglie di Quintino, sapendo che io avevo una bella voce, mi chiese di cantare qualcosa, per sentire la registrazione e provare l’emozione di riascoltarla; nessuno, in paese, aveva mai riascoltato una voce registrata dal vivo. La curiosità era tantissima; mi schernii un pò, ma non mi feci pregare; presi il microfono e cantai una delle canzoni dell’ultimo festival della canzone napoletana, presentata da Aurelio Fierro: a Sunnambula.
Quella sera socializzai col gruppo, soprattutto con due giovani che lavoravano come pittori e che avevano preso una stanza da Quintino: Sergio e Guglielmo. Venivano da una zona dove abitavo anch’io: Torpignattara. Guglielmo aveva un Maggiolino celeste, col quale si muovevano. Sergio aveva un bel giradischi con molti 33 giri, con della musica bellissima (Frank Sinatra, Nat Kink Cole, I Platters, ecc…); noi eravamo ancora ai 78 giri. Con quella musica, alla sera, ballavamo e la piazzetta si animava. Loro due non ballavano mai con le nostre ragazze, ma ogni tanto li ammiravamo, con un pizzico di invidia, mentre si esibivano, tra loro, nel tango figurato.
Sergio era estroverso e sempre sorridente; era imbattibile a braccio di ferro. Diceva che a chi usa tutto il giorno la pennellessa gli si fortifica il braccio.
Un giorno mi mostrò, molto preoccupato, un articolo sul Messaggero, nel quale veniva riportato un incidente stradale nel quale, senza gravi conseguenze, era coinvolto suo fratello Franco, più giovane di lui; un ragazzo piuttosto difficile, diceva lui, che aveva provato anche il riformatorio e che procurava diversi grattacapi al padre.
Quintino e Filomena approfittarono della professionalità di quei ragazzi per ridipingere tutta la casa. In quella occasione, venne a lavorarci anche Franco; un bel ragazzo, alto, magro, piuttosto riservato e dall’espressione un pò assente, quasi triste. La “Sora Filomena” li trattava, ormai, come due figliocci.
Finita l’estate ed il lavoro, li rincontrai, un paio di volte, dalle parti di Acqua Bullicante. La seconda volta che incontrai Sergio, gli chiesi come andava il lavoro e lui mi disse che stavano lavorando nel cinema, senza scendere in particolari. Io immaginavo che collaborassero per le scenografie. Da allora li persi di vista, ritrovandoli sulle pagine dei giornali che parlavano del film di Pasolini, Accattone. Dalle foto riconobbi Franco Citti e capii finalmente che cosa intendeva dire Sergio; lui era diventato aiuto regista di Pasolini, mentre Franco , classico ragazzo di borgata, era il protagonista.


Gerardo Rosci.

giovedì 28 gennaio 2016

Le lunghe serate d'inverno

Nevicata del 1956 a Petrella Liri
A causa del Global Warming e dei cambiamenti climatici viviamo inverni sempre più anomali e caldi, al punto che persino le nostre montagne vedono sempre meno neve, in particolare in questa strana stagione invernale 2015/2016 dove fino ad oggi ne è caduta pochissima. Ma non è sempre stato così, negli anni ’30 del secolo scorso, gli inverni dei nostri Appennini erano ancora assai freddi e nevosi. Le quote di montagna, l’esposizione a venti gelidi, erano il mix per stagioni di freddo intenso, basti pensare ad inverni particolarmente rigidi passati alla storia, come quello eccezionale del 1929.
Ma quali erano le impressioni, i sentimenti, le descrizioni di coloro che vivevano sulla loro pelle inverni così freddi e crudi? In anni, poi, dove era assai difficile riscaldare le proprie case e tenere a distanza il gelo dagli ambienti del vivere quotidiano. Lo apprendiamo da una fonte diretta, grazie alla descrizione di un bambino di Cappadocia (AQ), lo stesso che ci ha già deliziato con "Il ceppo di Natale”, e che nel lontano 20 agosto del 1931 svolse un altro tema dal titolo “Le lunghe serate d’inverno”:
Il possedere una casa è una bellissima proprietà e misero potrà dirsi colui che è privo anche di un piccolo tugurio. La casa è il luogo più utile e più atto per il genere umano, perché la maggior parte della vita si svolge principalmente dentro di essa. O come si sta bene dentro la casa nella rigida e brutta stagione d’inverno! Che lunghi giorni e che belle serate si trascorrono dentro di essa. Quando il cielo è di colore nerognolo, venti settentrionali si innalzano impetuosi nell’immensità dell’aria, la neve densa cade a larghe tese, tutta la gente sta rinchiusa nelle sue abitazioni a godere la bella pace delle loro famiglie. Si raccontano fiabe, si cantano stornelli, canzoni, poesie, si balla, si lavorano cose famigliari. Ma guastano queste belle felicità tristi pensieri, i quali alcune volte eccitano anche il pianto. Ma anche dentro le abitazioni il gran freddo infernale si fa sentire, poiché nelle porte e nelle fessure delle finestre il freddo e il vento inevitabili entrano impetuosamente. Come soffrono i nullatenenti in questa stagione, molto nemica per loro! Saranno strettamente spinti a girare il mondo in cerca di cibo e di ricovero in tutti i tempi, sia buoni che cattivi. Anelano quindi di possedere al minimo una piccola e brutta abitazione, e un poco di cibo per il sostentamento necessario. Ecco quei pensieri che turbano le belle e lunghe serate d’inverno. Cappadocia, 20-8-1931”.






lunedì 21 dicembre 2015

Il nostro dono per il Bambin Gesù, di Gerardo Rosci

Non oro, non incenso, non mirra, ma legna, tanta legna per il fuoco di Natale davanti alla chiesa; questo era il dono che noi ragazzi offrivamo, con orgoglio, al Bambinello.
“Léna, léna, léna pe jo foch'e Natale a sera!...”, era il richiamo che lanciavamo noi ragazzini di allora, a Pertrella Liri; ci eravamo investiti dell’incarico di raccogliere la legna per il fuoco di Natale. Un fuoco più grande possibile che potesse raggiungere con il suo calore, il Bambinello sull'altare là, in fondo alla chiesa. Andavamo in giro per il paese richiamando l’attenzione delle donne e farci dare un “ciocco” "per riscaldare il Bambinello".A bassa voce, poi, ripetevamo: “legna, legna noi vogliamo, se non la date la rubiamo!...” Si, la voglia di realizzare un falò molto grande, ci faceva sentire, molto spesso, autorizzati dallo stesso Bambinello, a rubare pezzi di legna da quelle cataste che si trovavano, numerose, in strada vicino alle abitazioni. Si, le cataste, che erano la scorta per tutto l’anno, erano alla portata di tutti, ma nessuno del paese avrebbe osato toccarle; sarebbe stata una vergogna. Ma questo non valeva per noi: noi eravamo scusati dal fine benefico... Ma i proprietari, qualche volta, se si ne accorgevano e venivano a riprendersi il maltolto, molto spesso con gli interessi, davanti alla chiesa.
Tutti noi ragazzi dovevamo, o avremmo dovuto, partecipare alla raccolta; se qualcuno svicolava, cercando di non farsi vedere, noi lo minacciavamo avvisandolo di non presentarsi assolutamente a riscaldarsi davanti al fuoco, durante la festa. Anzi, quando lo si vedeva, veniva fatto bersaglio dei nostri insulti e delle nostre sassate; e a lanciare i sassi, vi assicuro, eravamo tutti dei veri campioni; non miravamo mai al bersaglio grosso, ma lanciavamo il sasso raso terra per colpire, eventualmente, le gambe. Eravamo i primi “gambizzatori”. Oggi certe cose non si concepiscono, ma noi eravamo ruspanti ed un po’ selvaggi, ma certamente non violenti come certi personaggi virtuali delle play station. Noi questa roba non l’avevamo, e se c’era da litigare lo si faceva con una lotta a sbattere a terra, senza pugni o contusioni, ma dopo si tornava amici come prima. Certamente qualche sassata a volte arrivava in testa…e i segni li si poteva notare quando si veniva “tosati”; infatti, allora, per noi ragazzini c’era solo un tipo di taglio di capelli: cortissimi o, come spesso capitava, a zero; per questo servizio, non essendoci un barbiere in paese, alcuni si avvalevano delle capacità di qualche familiare, quasi sempre il padre; in tal caso, l’opera non era quasi mai perfetta, anzi, il più delle volte uscivano fuori delle teste piene di sforbiciate a scale che suscitavano ilarità e commenti:
“Co tutte ‘sse scale ‘n capo po’ azzeccà fino ‘n Paradiso!;
e poi bisognava sopportare anche le canzonature di qualcuno che diceva: “Coccia pelata senza capigli, tutta la notte ci cantano i grilli e ci fao la serenata, bona sera coccia pelata!”; altri si andava a Cappadocia, da Vincenzino, che era, allo stesso tempo, barbiere, calzolaio, edicolante, fonte di qualsiasi informazione e pettegolezzo e non so che altro. Chi avrebbe mai potuto immaginare un taglio a caschetto, o lungo come le femmine! E poi come ci saremmo potuti difendere dai pidocchi? Le nostre madri ci ispezionavano spesso e ci facevano pettinare col pettine “fitto” previa una passatina di olio d’oliva, misto a petrolio, sulla cute.
I nostri pantaloni non erano “firmati”, ma fermati da bretelle (straccàli) o da qualche vecchia cinta; qualche ragazzo li portava corti anche d’inverno, nonostante il freddo.
Quando i ciocchi erano troppo pesanti, li assicuravamo ad una corda, od altro, a cui fissavamo una serie di bastoni equidistanti l’uno dall’altro, che fungevano da maniglie per altrettante coppie di ragazzi, per trascinarli via come tanti cani da slitta. In questo modo riuscivamo a trasportare, fin davanti alla chiesa, con il freddo e con il fango, anche dei tronchi abbastanza grandi, abbandonati fuori paese.
Poi, quando arrivava il momento, la sera della vigilia di Natale, con l’aiuto di qualche adulto se ne faceva un grande mucchio, davanti la chiesa, e lo si accendeva. Che riverente eccitazione, che soddisfazione nel riscaldarsi a quel fuoco! Finalmente ci sentivamo coinvolti ed importanti al pari degli adulti; noi eravamo in prima fila; loro erano un po’ più arretrati, con le braccia al disopra delle nostre spalle, tese verso le fiamme a mani spalancate; poi, prima di cena, si assisteva alla funzione religiosa serale. Il “cenone”, anche se abbastanza frugale, era sempre un grande avvenimento; chiaramente era a base di magro: spaghetti aglio e olio oppure col sugo di tonno; per secondo c’era quasi sempre l’anguilla marinata con contorno. Poi c’era la frutta: un’arancia o un mandarino e qualche “ficora” (fico secco). In fine, è il caso di dire “dulcis in fundo”, cera un pezzo di “nucciata”, cioè, una specie di torrone fatto in casa, a base di farina, frutta secca, zucchero, miele, e non so che altro; ricordo solo che era tanto buono. Però, era ancora più buono, perché era una novità che non tutti si potevano permettere, un pezzetto di torrone bianco, quello che si comprava al negozio. C’era, poi, la letterina di Natale, che l’insegnante ci aveva fatto scrivere, sotto dettatura, con tante belle parole che non avremmo mai avuto il coraggio di dire ai nostri genitori direttamente; non ci saremmo mai rivolti a loro in italiano, perché i sentimenti si esprimevano nella lingua materna, in dialetto; c’erano anche le promesse di essere più buoni; semplici ed innocenti bugie, scritte al fine di rimediare un po’ di soldi… che ci permettevano di poter giuocare a tombola con gli amici, in attesa della nascita del Bambinello. Non in tutte le famiglie si giuocava quella sera, ma i giovani ed i ragazzi, normalmente, si riunivano in casa di altri amici, per giocare a tombola, a mazzetto, a sette e mezzo, a mercante in fiera od altro. All’approssimarsi della mezzanotte si stava con l’orecchio teso per sapere quante volte avessero suonato le campane per la messa di mezzanotte. Alla messa di mezzanotte non si poteva assolutamente mancare; le assenze dalla messa erano sempre notate dai parenti. L’atmosfera era veramente magica; a quell’ora, in altre notti, normalmente si dormiva; non era ancora stato importato quel buffo personaggio, vecchio e grasso, vestito di rosso. Ma chi se lo immaginava uno strano personaggio con la barba bianca. Non era ancora stato raffigurato nei nostri libri di lettura. E poi, che senso avrebbero avuto delle renne scandinave, in un paesino come il nostro? Le nostre capre e lenostre mucche le avrebbero rimandate via a forza di cornate…. Ma il consumismo globale ce lo ha, poi, quasi imposto, relegando in un angolo il caro, poetico e semplice presepe. Quel presepe che, quando ero bambino, ad ogni Natale realizzavo in un angolo della casa, con quel bel muschio rigonfio, che abbondava nei nostri boschi. Un presepe semplice e povero; i personaggi non erano tridimensionali; non avendo la disponibilità, né un negozio in paese dove, eventualmente acquistarli, me li costruivo ritagliandoli dalle cartoline d’auguri natalizi, e li sistemavo lì, in quelle stradine fatte con la rena, tra collinette spruzzate di farina.
Avevamo il Bambinello, noi; e poi c’era la Befana che ci stava aspettando tra qualche giorno, per riempire, con qualche caramella, un torroncino, mandarini e fichi secchi, le nostra calze di cotone nero, con la soletta bianca, fatte con i ferri dalle nostre donne. Aspettavamo con ansia la nostra cara e dolce vecchietta, che non era brutta come la rappresentano ora, ma dolce e premurosa, come le nostre nonne. Tinta di fuliggine, volava silenziosa di tetto in tetto, con il suo sacco pieno di cose buone, infilandosi magicamente nelle calde canne dei numerosi camini.
Le campane che chiamavano i fedeli alla messa, suonavano tre volte, ad un intervallo di una decina di minuti; l’ultima chiamata terminava con il suono prolungato della campana piccola; si diceva che “accennava”, cioè, che era ora di entrare in chiesa.
Ci si avviava verso la chiesa, alla fioca luce dell’illuminazione di allora. Nelle strade semibuie, sotto un cielo superstellato, ci si incontrava, con altri amici paesani; ci si riconosceva a distanza ravvicinata, all’ultimo momento, e ci si salutava chiamandosi per nome.
- Aoh, commare Marì! Bon Natale,!
- Compare Francì, bon Natale; non te stevo a reconosce co ‘sto scuro. Ha accennato?
- Ancora no, ha sonato du vote, ma sta pe accennà. Ecco tocca camminà piano piano ché co ‘sta cria de nève s’ha da sta atténti, se no ci nne iamo pe tera.
- St’anno de nève n’ha fatta poca, però fa tanto friddo! E po’ stanotte, co ‘sto cielo stellato le strade s’hao gelate.
- Eh, sci, doppo sta poca neve s’è misso a tramontana e s’è gelato tutto e jo vénto arza ‘na beferina che te sbatte addósso e te spacca la faccia.
Le donne anziane, col fazzolettone in testa, procedevano piano, con cautela; sotto i pesanti scialli tenevano tra le mani lo scaldino di terracotta, con dentro la brace, coperta di cenere perché potesse durare più a lungo.
Durante il percorso qualche giovanotto si avvicinava a loro, con una sigaretta spenta in mano salutando:
- Ciao zia Nicoli’, me faristi appiccià daglio scallino? I prosperi ji tengo, ma me ss’ao mpussi, e non s’appicciano. Grazie Zia Nicoli’, Bon Natale.
- Grazie beglio mi, Bon Natale pure a ti. Madonna, comme te si fatto rosso; ma già fumi? Eh, jo fume fa male alla saccoccia!
Con un sorriso, acconsentivano di buon grado che avvicinassero il loro viso al loro scaldino. Consigliavano di non fumare, non tanto per la salute, perché allora non si conoscevano molto i danni procurati dal fumo, ma di non bruciare i soldi in quel modo.
Nella semi oscurità, ci si ritrovava di nuovo, tutti davanti alla chiesa, a strofinare le mani verso il fuoco; i volti illuminati dalla fiamma, con gli occhi ed il naso strizzati per il calore e per il fumo, si sorridevano e si scambiavano frasi d’auguri. Ci si riscaldava anche dietro, volgendo le spalle al falò. Le donne, avvolte nei loro scialle, entravano direttamente in chiesa mentre molti uomini indugiavano, aspettando che il sacrestano suonasse a distesa quella campanella accanto alla porta della sacrestia. All’ingresso della chiesa c’era sempre una scopa, come anche all’ingresso delle abitazioni, con la quale ci si puliva le scarpe dalla neve, per no portarsela dentro. Quella grande chiesa nuova era terribilmente gelida, con quelle mattonelle in graniglia di cemento e con quella volta così alta; mia madre se ne lamentava spesso; a quel tempo non c’era nessun sistema di riscaldamento.
La messa aveva carattere solenne, cioè, era cantata. Angeluccio il sacrestano, dopo aver acceso tutte le luci, anche quelle dei tre grandi lampadari che pendevano dall’alto dell’arco dell’abside, suonava a distesa ed a lungo la campanella, con aria seria e quasi autoritaria, come si addiceva alla circostanza. Quindi, come organista e cantore, andava a sedersi all’armonium, dietro l’altare, mentre Don Serafino, l’anziano sacerdote officiante, saliva sull’altare, accompagnato da uno o due ragazzi chierichetti. Normalmente, alla messa solenne della domenica, quella delle undici, lui da solo eseguiva la parte cantata; dopo essersi schiarita la gola con qualche sonoro colpo di tosse, iniziava il canto, accompagnato da una limitato giro di accordi di quell’armonium, al cui suono si univa il cigolio dei pedali. A Natale però, come anche durante le festività di riguardo, c’era sempre qualche altro cantore che si univa di rinforzo, a formare un duetto od un trio. La voce di testa e un po’ nasale di Angeluccio, mal si amalgamava con quella forte, gutturale ed un po’ sguaiata di Checchino il calzolaio, o con l’altra piatta e adenoidea di Franco, per cui ognuna di esse sforava, distinguendosi perfettamente dalle altre; però, la loro unione, con il riverbero dalla volta dell’abside, esaltava la solennità del Natale, e gratificava l’assemblea dei fedeli.
Iniziava con il Kyrie; poi il sacerdote intonava il Gloria, scoprendo quel Bambinello dal viso di porcellana, completamente avvolto, comprese le braccine, in fasce celesti, alla maniera di come venivano rivestiti i neonati di una volta,. Il coretto proseguiva, in una tonalità prestabilita, quasi sempre diversa da quella del sacerdote. La melodia consisteva in una serie di brevi e veloci recitativi su una stessa nota, che anticipavano lente frasi cantate. Dello stesso stile erano il Credo , il Sanctus e l’Agnus Dei. Ad un certo momento della messa, veniva cantata “La pastorella”, che era un modo locale di identificare il “Tu scendi dalle stelle “.
Terminata la messa, la gente si ammassava all’uscita per andarsi a ridare una scaldata davanti al fuoco. Le donne preferivano andare direttamente a casa. Se c’era abbastanza neve, le ragazze diventavano bersaglio delle palle di neve dei giovani, per cui, timorose, indugiavano all’interno della chiesa. Il bravo Angeluccio doveva intervenire, talvolta, con aria pseudo autoritaria, intimando ai ragazzi, di non infierire con le palle di neve, ma facendo l’occhietto come per dire: tirate, tirate!
Gli uomini preferivano rimanere un poco vicino al fuoco, a chiacchierare ed a scalarsi. Qualcuno si accendeva la pipa o il sigaro o la sigaretta con un pezzetto di legno acceso dal falò; i fiammiferi ce n’erano pochi; gli accendini erano una rarità, e poi, vuoi mettere il gusto di accendere direttamente dal fuoco? Era un’altra cosa. Qualche vecchio prendeva direttamente con la mano un piccolo carbone acceso e, facendolo saltellare nella mano callosa, per non scottarsi, lo faceva ricadere sul fornello della sua pipa di terracotta, che aveva caricata con il tabacco di un “mozzone” di sigaro toscano.
Per più di tre giorni, quel fuoco continuava a bruciare, e noi ragazzi lo accudivamo soddisfatti, sperando che il suo calore potesse raggiungere, miracolosamente, il Bambinello esposto sull’altare, al freddo di quella gelida chiesa.
Fino all’Epifania,il Bambinello restava esposto. In tale lasso di tempo, si facevano preghiere e devozioni: quelle più frequenti erano gli “strascini”, che consistevano nel percorrere, una o più volte, in ginocchio, tutta la lunghezza della fredda navata centrale della chiesa, recitando il Credo ed altre preghiere, fin sotto l’altare. I genitori ci incoraggiavano spesso a fare tali devozioni:
- Beglio de mamma, vatte a fa ‘n po’ de strascini a jo Bambineglio.
Ed io ci andavo e correvo sulle mie ginocchia, sorpassando qualche anziana devota che, col fazzolettone sulla testa, avanzava lentamente, tenendosi con una mano le lunghe “wunnelle”, bisbigliando con profonda devozione le sue preghiere in un latino approssimativo, storpiato ed a lei incomprensibile, sicura, comunque, che erano preghiere che il Bambinello avrebbe sentite e le avrebbe capite ugualmente.


Gerardo Rosci.